Ruminare

Ovvero quella cosa disgustosa che fanno le mucche, i cammelli e tutti gli animali del sottordine dei ruminanti.

A questa famiglia di vertebrati dalla mandibola ballerina si aggiungono gli esseri umani fatti di nonmiricordoqualedroga, seppur il termine tecnico sia smascellare.

La sottoscritta è una luminare del ruminare: innanzitutto se il menù prevede carne mi tocca passare più tempo ruminando che conversando coi miei commensali, ché c’ho i denti e la mandibola deboli e forse nella vita precedente ero uno koala con la dentiera; in più, sono ipocondriaca e ho paura di strozzarmi se non mastico con sufficiente impegno!

Curiosità: una forma più rara di ruminare è digrumare e deriva dal toscano.

La parola ruminare non la userò mai più in un contesto scritto, perché il numero di volte che ho digitato rimunare invece che ruminare è imbarazzante: se mi cercate, mi trovate nell’angolino della vergogna, dove ruminerò la mia scarsa coordinazione cervello-polpastrelli. Ruminare è qui utilizzato in senso  figurato.

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Analogico

Analogico è tutto quello che non è digitale e che quindi piace a me.  Orologi analogici, schermi analogici, appunti analogici, fatti di carta che si ingiallisce e scarabocchi che non si possono cancellare. Analogico suona antilogico. Analogica e antilogica è la mia mente che ogni tanto non capisce il digitale, che ha bisogno di mille quaderni e taccuini diversi che poi non vengono mai riempiti perché i pensieri analogici spesso sono troppo confusi e scarabocchiati per meritare di venire scritti per davvero.

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Analogico nostalgico, dicono che l’analogico verra dimenticato ma è solo perché non hanno visto quanti quaderni e penne compro io!

Carabattole

Carabattole sono tutti quegli oggetti di utilità più o meno dubbia eppure tanto carini che non si poteva fare a meno di comprarli!

Carabattole è una serie di sillabe regolare come soldatini di latta messi in fila che però qualcuno ha poi lasciato a metà. Ha dentro il suono vuoto di un gingillo misterioso scosso dentro una scatoletta e il sentore antiquato di un carillon dimenticato in soffitta. Carabattole rotola su stessa come un anellino spaiato, rimbalza come una pallina di gomma in un negozio di giocattoli.

Carabattole mi ricorda sempre della strega della Bella Addormentata nel balletto di Čaikovskij, che si chiamava Carabosse, ma nessuno la chiama mai così, un po’ come nessuno si ricorda di classificare tutti gli oggettini carini sparsi per la casa come carabattole.

Prestinaio

Chi mi conosce penserà che la scelta di questa parola sia dovuta al mio amore incondizionato e ai limiti dell’ossessivo per i carboidrati. Non risponderò a queste malevole accuse, mi limiterò a procedere per la strada del post, che mi figuro poetico e lievemente nostalgico.

La definizione del vocabolario Treccani per prestinaio recita:

“S. m. (f. -a) [adattamento toscano del milanese prestiné, che è il latino tardo pistrinarius, derivato. di pistrinum «mulino, forno»], antico e regionale – Fornaio, panettiere.”

Sono di Milano ma non spiccico una parola di dialetto, questa è una delle poche voci che ho memorizzato grazie alle nonne milanesi e altri anziani. Una per tutti era la famosa signora Anna, che era di MilanoMilano e usava parole milanesissime come prestinaio. La signora Anna abitava nel palazzo di fronte al mio e faceva un po’ da nonna a tutti i bambini del quartiere.

Ho scelto la parola prestinaio perché è legata a dei ricordi d’infanzia. Spesso sono gli odori, i suoni, le fotografie, che ci rammentano di un episodio passato, un gioco, una vacanza, un amore. Io penso che le parole possano fare lo stesso e, quindi, io oggi scelgo di salvare prestinaio e i ricordi che si porta con sé. Spero abbiate anche voi una parola, o più d’una, che riapre quei cassetti della memoria che parevano sigillati e dimenticati da tempo.

E comunque sì, ho scelto prestinaio anche perché la focaccia mi manca più della mia mamma, del mio papà e della lavastoviglie messi assieme!

Cantastorie

Confesso che mi sento prevedibile per questa mia scelta, appena poco dopo aver commentato “amanuense”. Per la mia terza parola torno a figure che, sin dai tempi antichi, si occupavano di trasmettere la conoscenza, alta o popolare che fosse.

In realtà ho scelto cantastorie per il suono cadenzato, per il suo ritmo limpido: in tutte quelle T, in quelle vocali ben scandite, impossibili da mangiarsi, c’è il ritmo ben studiato di chi le storie le recitava per mestiere e sapeva quando fermarsi per creare suspense e anticipazione; quando accelerare il ritmo per incalzare i suoi personaggi e, con essi, i cuori degli ascoltatori; quando rallentare il ritmo e lasciare al suo pubblico un momento per assaporare la scena, che fosse solo descritta ad arte o convenientemente dipinta su cartelloni  che gli ingegnosi artisti di strada si portavano di piazza in piazza.

Come per gli amanuensi, i cantastorie io me li immagino in scenari medievali ma poi, facendo un po’ di giusta ricerca, ho imparato, o forse ricordato, che questo termine viene utilizzato solo successivamente. Il Medioevo era popolato da giullari e trovatori, o menestrelli se stabili in una corte; ancora prima di loro, chi si occupava di diffondere la cultura e le storie erano i rapsodi e agli aedi dell’antica Grecia.

La mia lista di parole si allunga e io dovrò imparare a trattenere la mia predilezione per chi racconta storie.