Bilingual Dating Pt II

Foreword: this post was originally scheduled to go online on Valentine’s day but once I’m out of the office my brain forgets the concepts of “schedule” and “deadline”, so here it is, going live on a random date! After all, Valentine’s day should be every day, am I right?

The love jargon is a minefield! First of all, defining a relationship is almost impossible: are we going out? No, that’s official…ok, so we are….dating, right? But wait, does that mean you can see other people? Can I keep my Tinder profile? Oh, we are seeing each other! Got it!

But really,  I did not get it and I suspect the natives didn’t either: I had spent a whole evening with a British flatmate, talking about the love vocabulary and analysing the different-yet-so-similar phrasal verbs that define a relationship, categorising them by their various level of commitment; then, two days ago, another British friend destroyed all my smugness by swapping them around and re-categorising them all. So I wonder, was it really so hard to create new, specific words? Or maybe you thought that you needn’t invent anything other than snogging and shagging?!

Then you reach the stable phase, you are going out and you are ex-clu-sive, it is time to drop the L word. Except that “I love you” doesn’t sound that dramatic to me  because some languages, like, you guessed it, mine, have a very specific and special phrase for that special person; on the other hand, the English language distributes “I love you” indiscriminately to daddies, mummies, besties and the aforementioned special person. This, in my honest and Italian opinion, is called “poverty of language”.

That being said, I am sure any Italian-learner would have something to say about the Italian love vocabulary: how could they not, when our equivalent of snogging is lemoning?

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Bilinguismi Amorosi PT II

Prefazione: questo post era inizialmente programmato per uscire a San Valentino, ma non appena esco dall’ufficio il mio cervello dimentica concetti come “programmazione” o “scaletta”, dunque eccovelo al 14 di marzo. D’altronde è risaputo che San Valentino dovrebbe essere tutti i giorni!

Il gergo amoroso è un campo insidioso: innanzitutto le fasi pre-relazione si definiscono con una serie di phrasal verb tra loro molto simili, ma associati a un diverso grado di impegno. Io ho trascorso un’intera serata tra coinquilini ad analizzare le fasi di dating, seeing each other e going out, dove l’ultimo è il nostro equivalente di “stare insieme”. Prima dei dates vengono lo snogging in a bar, aka limonare duro in un locale, e shagging, che avete capito da soli cosa vuol dire. Altri modi per conoscere le persone non sono stati esplorati perché mitologici.

Una volta raggiunta la fase della relazione stabile, l’ambivalenza dell’inglese “I love you” mi lascia perplessa. L’italiano, e altre lingue assieme a lei, sono dotate di una bella frasetta speciale da dedicare a quella persona speciale. L’inglese no, quella persona speciale si becca le stesse tre paroline che dedichiamo alla mommy, al daddy e al bestie. Ovviamente il contesto è importante, però io questa la chiamo “povertà di linguaggio”.

La fine della relazione: per carità ci sono vari modi per lasciarsi e spesso tutto il sentimento, il dolore, il senso di vuoto non si concentrano in una frase sola ma c’è un idioma inglese che sa di fine tanto quanto l’ultimo fotogramma di una pellicola hollywoodiana degli anni Trenta. Sto parlando di “take care”, equivalente italiani di “stammi bene”. “Take care” può diventare un biglietto di prima classe per la sofferenza; la via del ritorno è cosparsa di cioccolato, vino e sigarette, ma alla fine di questa via c’è un limone (duro!).

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Italiani che fanno cose inglesi: un weekend nello Yorkshire

Lo scorso weekend sono stata a Leeds a visitare un’amica. Vorrei potervi raccontare qualcosa della città, ma i piani turistici sono saltati a cause di ragioni di salute…perché l’hangover conta come ragione di salute, vero?

Nonostante la défaillance della domenica, qualche esperienze tipicamente inglese è stata fatta e quindi è giusto riportarle a beneficio dei posteri!

Ho bevuto alcolici in treno, i cosiddetti tinnies in the train. È infatti usanza tipica del Regno affrontare un viaggio in treno muniti di bevande alcoliche. Il nome tinnies indica le cose in lattina, dunque birre o cocktail premiscelati, ma noi abbiamo optato per delle bottigliette mignon di Prosecco che, lasciatemelo dire, andavano giù che era un piacere.

Ho assaggiato lo Yorkshire tea, che a quanto pare è più forte del tè normale. Se ciò sia vero o meno io non lo so, ma d’altronde si sa che io bevo caffè nero e di tè so poco o nulla.

Ho guidato (leggi, mi sono fatta scarrozzare) per la campagna inglese, che è tutta un saliscendi di colline verdi verdi, adornate per l’occasione da qualche tocco di bianco, perché il cielo dello Yorkshire ha deciso di festeggiare l’arrivo di marzo con una bella nevicata.

Ho visitato un villaggetto chiamato Haworth, che è una meta di turismo culturale perché vi abitavano le sorelle Brontë. Oltre alla fama letteraria, Haworth vanta una via principale piena di negozietti, una stazioncina dove transita un treno a vapore e un gemellaggio con Macchu Picchu. No, non sto scherzando e sì, l’ho scoperto da Wikipedia.

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Haworth, le colline dello Yorkshire sullo sfondo e Macchu Picchu nel cuore

Ho fatto un’incursione al pub alle due del pomeriggio, per ripararmi dalla pioggia e dal freddo pungente davanti a un fuoco scoppiettante. Non sono riuscita a essere abbastanza inglese da ordinare Guinness come le mie compagne di avventure e sono rimasta fedele al vino.

Sono successe altre cose durante questo weekend, ma non necessariamente tipiche dell’Inghilterra.  Ad ogni modo, la prossima volta spero di potervi raccontare di Leeds per davvero!

Italian Doing British Things: a Weekend in Yorkshire

Last weekend I went to Leeds to visit a friend. I wish I could tell you something about the city but unfortunately a lot of our sightseeing plans had to be cancelled due to health reason…I mean, hangover counts as a health problem, right?

Despite the epic fail on Sunday, I managed to enjoy some proper British experiences and it is all well and good to report them.

I had train tinnies. I was familiar with the concept of tinnies, but I had not made the connections with trains. I’ve now learnt about this happy connections and I am fully converted, although we had teeny tiny bottles of Prosecco, not beers. Anyway it was bubbly and fresh and went down a treat.

I tried Yorkshire tea, which apparently is stronger than normal tea. I obviously couldn’t tell the difference, but we all know that I am a coffee person and no tea connoisseur!

I drove (ok, I sat in a car) around the English countryside, which is all little villages and hills and a lot of green with just a touch of white, because the Yorkshire sky thought it would be fun to snow in March.

I visited the village of Haworth, which is famous for its association with the Bronte sisters. Beside the literary value, Haworth boasts a main road with a lot of little cute shops, an old fashioned railway station with a steam train, and a twinning with Macchu Picchu. No, I am not joking and yes, I’ve read that on Wikipedia.

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Haworth main road, Yorkshire hills and Macchu Picchu in our imagination

I stopped in a pub for a cheeky day drink. I enjoyed the cosy atmosphere and the crackling fire, but I could not order Guinness like my two Brit travel buddies and I stuck to wine.

And that was my very British weekend, hopefully next time I’ll be able to tell you about Leeds for real!

Carabattole

Carabattole sono tutti quegli oggetti di utilità più o meno dubbia eppure tanto carini che non si poteva fare a meno di comprarli!

Carabattole è una serie di sillabe regolare come soldatini di latta messi in fila che però qualcuno ha poi lasciato a metà. Ha dentro il suono vuoto di un gingillo misterioso scosso dentro una scatoletta e il sentore antiquato di un carillon dimenticato in soffitta. Carabattole rotola su stessa come un anellino spaiato, rimbalza come una pallina di gomma in un negozio di giocattoli.

Carabattole mi ricorda sempre della strega della Bella Addormentata nel balletto di Čaikovskij, che si chiamava Carabosse, ma nessuno la chiama mai così, un po’ come nessuno si ricorda di classificare tutti gli oggettini carini sparsi per la casa come carabattole.