Alla Ricerca delle Espressioni Idiomatiche, pt II: le Intraducibili

Come ho già detto, l’uso di espressioni idiomatiche è riservato ai “pro” della lingua, agli eletti che hanno assorbito la cultura locale, non solo le regole della grammatica e sanno dunque esprimersi (quasi) alla pari di un madrelingua. Siccome io a questo livello pretendo di arrivarci, ho iniziato una mia personalissima caccia, la quale mi fa sentire autorizzata a bloccare le persone nel bel mezzo di una conversazione e intimare con gli occhi iniettati di sangue “ripeti quello che hai detto, ORA!”, appuntare le parole del malcapitato sul primo foglietto, tovagliolo o pezzo di pelle sul mio cammino e fare un’altra serie di cose che, specialmente in ufficio, contribuiscono alla mia fama di “italiana pazza”. Tutto ciò si riflette su di voi, cari connazionali, per questo vi chiedo scusa.

Nonostante la passione, l’impegno, le lacrime, il sudore e il sangue versato, alcune espressioni sembrano non essere giunte al di là delle Alpi, causando estremo disagio in noi espatriati ai quali si crea un vuoto nel cuore quando non possiamo esprimerci a suon di:

  • Figure di merda. Questa mi è particolarmente cara, perché è essenzialmente la storia della mia vita e si sa che tutti gli inglesi non vedono l’ora di conoscere l’interessantissima e mirabolante storia della mia vita! Parentesi: pardon per il francesismo, ma “figura di cacca” non lo dicevo neanche alle elementari.
  • Uffa. Ebbene sì, uso ancora quest’espressione da scolaretta annoiata, perlopiù in ufficio, dove i miei colleghi mi sentono e confondono questa sbuffo articolato per un bofonchiato “oh fuck”…!
  • Ogni riccio un capriccio. D’accordo, questa crea un vuoto solo nel mio, di cuore, ma pretendo che un principe caraibico si presenti ora da me con un equivalente britannico di questo detto anni Cinquanta, rigorosamente inciso sulla suola di un paio di Loboutin, riempite di cioccolatini Godiva e nascoste in una borsa di Dior. ORA!
Ogni riccio un capriccio
Ogni riccio un capriccio

Zerolingualism: a Weekend in Germany

A couple of weekends ago I went to Cologne, Germany, where I experienced a completely new condition: the zerolingualism. Zerolingualism is a highly technical term and it’s used to describe someone’s complete ineptitude at speaking a language to the point of not being able to tell if his interlocutor is greeting or insulting him. To be fair, this difference is particularly subtle when it comes to German.

Not being able to communicate with the locals, I decided to use my mouth solely to try every single product of every single Backerei (yes, it means bakery!) of the city; so not only Germany made me dumb, but also fat!

I might being overly dramatic here, but you must understand, it is a frustrating situation for someone who speaks two languages (guess which ones), has learnt and forgotten a third one (Russian) and pretends to be fluent in a fourth one (Spanish). In addition to that, all my recent trips brought me to countries where I could at least survive when sober and make friends for life when drunk. But NOT in Germany! In Germany not even the local beer could save me from my uselessness.

And yet, this zerolingual weekend has been refreshing, because for the first time in a while I had the chance to appreciate a language as pure sound, completely emptied of its meaning. Because once you start learning a language, you lose the opportunity of catching the musicality of its words, as you are too busy trying to remember what they mean.

My zerolingualism also confirmed that I was not prejudiced: German really sounds harsh, even when the smiley girl from the Backerei is selling you the most delicious apple strudel!