Alla Ricerca delle Espressioni Idiomatiche

Le espressioni idiomatiche sono la bigiotteria della lingua, piccoli orpelli che colorano le nostre conversazioni, aggiungono una connotazione fisica ai discorsi, danno tangibilità ai pensieri.

Utilizzare questi bei gioiellini linguistici nell’idioma acquisito richiede un livello “pro” di bilinguismo. Spesso le mie conversazioni si interrompono a metà per colpa di penosi tentativi di inserire espressioni idiomatiche: talvolta cerco di impressionare il mio interlocutore con una frasetta appena imparata; talvolta, impotente di fronte alla mancanza di parole per descrivere un evento, cerco di tradurre letteralmente un’espressione dall’italiano. Entrambe le situazioni hanno esiti rovinosi sulla conversazione, in quanto mi trova costretta ad aprire lunghe e imbarazzanti parentesi volte a spiegare cosa accidenti intendevo con quella sfilza di parole inconsulte e in sequenza bustrofedica.

D’altronde, la prospettiva di espressioni stranite e occhi rivolti al cielo non mi dissuade dallo snocciolare frasi sconnesse perché so che, dopo il momento imbarazzevole, imparerò. Di seguito trovate tre espressioni che, come ho dolorosamente scoperto, coesistono in italiano e in inglese.

  • To scrape the bottom of the barrel OVVERO raschiare il fondo del barile. È una traduzione talmente letterale che quasi non è più un’espressione idiomatica.
  • I am beside myself OVVERO sono fuori di me. Noi italiani siamo più passionali e impulsivi e stiamo fuori, gli inglesi sono più morigerati e si stanno affianco, giusto per tenere un occhio sul sé più tranquillo.
  • To breathe down someone’s neck OVVERO stare col fiato sul collo. Ci ho impiegato più del previsto a memorizzarla perché tentavo di infilarci quel “sul”, che rende proprio l’idea di chi ti staaddossosantocielomollami. Il fiato degli inglesi va giù, lungo tutto il collo e magari la schiena, il che, a mio modesto parere, fa abbastanza schifo. A meno che a respirarmi giù nel collo non sia George Clooney, lui può sfiatellare dove più gli aggrada.
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American English o British English?

Fermo restando che il mio accento rimane italiano, continuo a oscillare tra l’accento americano, che storicamente preferisco, e quello propriamente inglese, che comincio ad apprezzare.

Ammetto che questa preferenza storica era dovuta all’abitudine: i primi mesi in Inghilterra, infatti, sono stati linguisticamente macchinosi perché ero assuefatta alle serie televisive americane; ne l caso non ve ne foste accorti, gli americani, a differenza degli inglesi, aprono la bocca quando parlano! Il lato negativo è che non c’era niente di meglio ai miei occhi che parlare come un rancher texano con perenne chewing gum in bocca.

Ora, dopo due anni di Inghilterra, comprendo meglio chi sogna il sofisticato accento British, fermo restando che l’inglese della regina è una cosa, quello di Geordie Shore un’altra. E non c’è alcun motivo plausibile per agognare al secondo! Il cambio di prospettiva è stato facilitato da “Downton Abbey”, che compensa i vari “Big Bang Theory”, “How I Met Your Mother” e compagnia cantante.

Ormai quasi un anno fa un’amica italiana mi disse che il mio accento stava virando verso il British. La mia collega inglese, quando le raccontai questo scambio di battute, si mise a ridere di gusto, e pose fine ai miei sogni di gloria dicendo che il mio accento era italiano punto. Io mi definirei italiana improvvisante American o British a seconda della situazione o della compagnia. Perché sono notoriamente incapace di prendere decisioni e non vedo perché dovrei iniziare proprio ora!

Caffeinism

When it comes to coffee, Italians are reactionary: we demand a pitch-black espresso, rich in texture, its surface covered with a thin layer of froth. We do have some variations: add a teaspoon of frothy milk and you get a macchiato or switch the beans with barley and you get a vintage drink that tastes like war and deprivation but that is apparently healthier. Breakfast drinks deserve  a chapter of their own: cappuccino, caffelatte and latte macchiato (Italian for “spotted milk”). Italy has a very personal, eleventh commandment, saying “Thou shalt not drink cappuccino past 11 am”.

As soon as you get out of the Italian borders, though, the coffee universe becomes confusing and the bewildered expats must  rebuild their knowledge from the basics and learn to spot the traps behind familiar names. Yes, because if you go to your sweet indie cafeteria and ask for a macchiato, the barista will serve you what your Italian brain would classify as minicappuccino. The actual cappuccino is three times bigger than the one you are used to and it’s suspiciously similar to the aforementioned “latte macchiato”, i.e. an ocean of hot milk with a single espresso lost in the whiteness. Seriously, do I look like I wanna pay £4 pounds for a glass of hot milk? New species are discovered, such as the flat white, which is simply not a thing in Italy, and mocha, which has chocolate and therefore it is the thing!

Another thing that baffles the Italian in London is that everyone has his or her own personal drink, a concoction of espresso shots, milk, layers of froth, pumps of syrups and improbable flavors such as pumpkin.

I could genuinely go on forever on syrups and pumpkin: as the good Italian that I am, I’m a reactionary and my coffee shall taste like coffee.  If it tastes like pumpkin, spices and rainbows and unicorns, it is not coffee, thank you. After all, my drink is black americano, no milk no sugar.

Linguistic Adjustment

I call linguistic adjustment that period of about two days that I go through every single time I travel between Italy and England and that reduces my speaking abilities to the ones of a ten year old with no proclivity for foreign languages whatsoever.

To all of you who think that the bilingual brain adapts to the environment almost automatically, you are delusional! But be consoled, I was like you once, and I am still surprised by the amount of nonsense that I can come up with, both in English and Italian.

The thing is, at home nobody cringes if I put a little extra effort when speaking, as my main interlocutors are family members and friends; on the other side of Channel I’m forced to interact with figures such as bosses and estate agents. This requires different levels of mastery, as you need to convey friendly respect in the first case or, in the second one, to avoid insulting them with your entire bilingual repertoire. Because estate agents are evil, that is a truth universally acknowledged.

To give you some examples, symptoms of the linguistic adjustment are:

  • Traducting literally from one language to the other;
  • Not remembering part of the words you know, from both ways of speaking;
  • Switching from one language to the other in the middle of a sentence, which might sound exotic in England, but definitely douch-y back home;
  • Not finishing a sentence because your brain just

PS: for the record, I came back to London more than a week ago and I hope that such words as “proclivity”, “interlocutors” and “repertoire” prove that I have adjusted again.

Rodaggio Linguistico

Il rodaggio linguistico è quella fase che attraverso ogni volta che mi muovo tra Inghilterra e Italia e che mi riduce alla pari di un bambino di dieci anni in quanto a capacità linguistiche.

Non è così irragionevole pensare che il cervello debba riabituarsi all’inglese dopo una vacanza in Italia, rimane pur sempre una lingua acquisita. Al contrario, parrebbe ragionevole aspettarsi che, una volta tornati in madrepatria, la padronanza della lingua madre si ripresenti intatta. Se anche voi siete di questa scuola di pensiero, siete degli illusi!

D’altro canto, a casa nessuno si scandalizza se fatico a esprimermi, i miei interlocutori sono prevalentemente amici e parenti. La situazione si fa più ostica al ritorno nell’Isola, dove è necessario interagire con figure di diverso calibro e rango, quali capi al lavoro e agenti immobiliari. Se con i primi è necessario attenersi a standard di rispettosa amichevolezza, coi secondi lo sforzo sta nel non sfoggiare il nostro gergo più volgare, essendo essi spregevoli discendenti di Satana!

Nella pratica il rodaggio linguistico mi affligge per un paio di giorni a partire dall’atterraggio e include:

  • Ricorrere a translazioni letterali da una lingua all’altra;
  • Non ricordare un pezzo di vocabolario, sia quello che sapevi prima che quello che sapevi dopo;
  • Switchare da una lingua all’altra nel bel mezzo di un frase, cosa che fa sembrare cool in Inghilterra ma piuttosto scema e supponente back home;
  • Bloccarsi nel bel mezzo di una frase perché il cervello si è inceppato e non

PS: sono tornata a Londra ormai da quasi ormai una settimana e la fase di rodaggio è stata superata, nel caso non si fosse capito dall’uso di termini quali “spregevoli”, “ostica” e “interlocutori”!