Ruggito

Nell’immensa distesa della savana, quando i profili degli arbusti si confondono con le loro stesse ombre sul terreno e l’oscurità del crepuscolo striscia fuori dagli angoli rocciosi per abbracciare compatta tutta la valle, il leone osserva il suo regno dall’alto di una rupe e il suo ruggito rimbomba minaccioso.

Più o meno mi immagino una scena del genere quando leggo la parola ruggito. In pratica Il Re Leone, con tanto di Rupe dei Re, ovviamente!

Reminiscenze disneyane a parte, ruggito è una parola che non mi ha mai convinto tanto: ho sempre avuto l’impressione che gli mancasse qualcosa, un accento, un suono, una vibrazione, per essere davvero la fedele riproduzione su carta e voce del verso di Mufasa. Sarà colpa di quelle due g che, se accoppiate, si assordano a vicenda, o di quella i, troppo piccola e pigolante. Trovo che sia più efficace in senso figurato, quando diciamo “ruggire di dolore”, per esempio, o “nelle notti di tempesta il vento ruggisce“. Immagino sia l’elemento sorpresa a rendermi il termine più gradito e a farmi dimenticare quei piccoli difetti sonori.

Quando si parla del verso del leone, comunque, credo che l’inglese ci azzecchi di più: l’onomatopeico “roar”, anche letto all’italiana sporca, scandendo ogni singola lettera, suona ben più minaccioso.

Tra l’altro, al mio umorismo da dodicenne ruggito ha sempre ricordato “rutto”.

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3 thoughts on “Ruggito

  1. Beh, se ci pensi bene, un rutto “profondo” non è molto diverso da un ruggito… e anche la parola rende forse di più, eh eh!

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