Nuove abitudini

Quando ti trasferisci all’estero è inevitabile acquisire alcuni costumi locali. All’inizio si è fieri e testardi nel proprio nazionalismo: “Io sono italiana e questa cosa non la faccio!”, ma alla fine, per ragioni di sopravvivenza, ci si adatta. Prima di esporre al mondo due esempi del mio tradimento culturale, specifico che nulla di tutto ciò viene messo in atto su suolo italiano. Ho pur sempre una dignità, santo cielo!

  1. Ordinare un cappuccino nel pomeriggio. Come ho già raccontato qui, il “cappuccio” in Italia è una bevanda confinata all’orario mattutino. D’altronde, se vai in un caffè a Londra è perché hai deciso di svernarci tutto il pomeriggio, come un bravo hipster dotato di Mac o libro usato, e quindi ben venga qualsiasi brodaglia che ti consenta ti tenere il sederino poggiato sulla stessa sedia il più a lungo possibile. Anche perché provateci voi a dormire poi, con 7 espressi in corpo.
  2. Cenare alle sei di sera. Confesso che in Italia mi era già capitato di cenare prima delle 8 e di venire rimproverata perché “mangiavo con le galline”. A mia difesa, il pasto veniva consumato con intensi sensi di colpa e ripetendomi tra un boccone e l’altro che era un caso speciale. In Inghilterra sono finalmente riuscita a lasciarmi questi sensi di colpa alle spalle, anche perché cenare con le galline è tradizione locale e quindi socialmente accettabile. Mantengo però un po’ di italianità e, per principio, pasteggio a pastasciutta.
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Cena italianissima a orario inglesissimo

Come potrete notare entrambi i punti riguardano abitudini alimentari. La verità è che la lista era molto più lunga e quasi esclusivamente dedicata al cibo. Non temete, in quanto italiana all’estero ho già in programma di dedicare un post specifico all’argomento!

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Cantastorie

Confesso che mi sento prevedibile per questa mia scelta, appena poco dopo aver commentato “amanuense”. Per la mia terza parola torno a figure che, sin dai tempi antichi, si occupavano di trasmettere la conoscenza, alta o popolare che fosse.

In realtà ho scelto cantastorie per il suono cadenzato, per il suo ritmo limpido: in tutte quelle T, in quelle vocali ben scandite, impossibili da mangiarsi, c’è il ritmo ben studiato di chi le storie le recitava per mestiere e sapeva quando fermarsi per creare suspense e anticipazione; quando accelerare il ritmo per incalzare i suoi personaggi e, con essi, i cuori degli ascoltatori; quando rallentare il ritmo e lasciare al suo pubblico un momento per assaporare la scena, che fosse solo descritta ad arte o convenientemente dipinta su cartelloni  che gli ingegnosi artisti di strada si portavano di piazza in piazza.

Come per gli amanuensi, i cantastorie io me li immagino in scenari medievali ma poi, facendo un po’ di giusta ricerca, ho imparato, o forse ricordato, che questo termine viene utilizzato solo successivamente. Il Medioevo era popolato da giullari e trovatori, o menestrelli se stabili in una corte; ancora prima di loro, chi si occupava di diffondere la cultura e le storie erano i rapsodi e agli aedi dell’antica Grecia.

La mia lista di parole si allunga e io dovrò imparare a trattenere la mia predilezione per chi racconta storie.

Beloved Linguistic Flaws

I started studying English when I was 11 years old. It’s been a long journey, made of grammar rules, tests, summer school trips in picturesque villages of the kingdom such a Paignton, Devon, a BA in Foreign Languages and, last but not least, a one-way ticket to London. Still, there are some details that I cannot master, an expression, an exception to the rule, or a damn phrasal verb. I really can’t put up with phrasal verbs, sorry!

I used to think that, at this point of the journey, my English would have been perfect. Like Queen-Elizabeth-Perfect. Now I am big girl and I’ve learnt that there is no such thing as perfection. I therefore accepted my flaws and arbitrarily decided that they will be my linguistic beauty marks. Here I proudly exhibit the most frequent of them.

  • My accent: there is no way to fight it. I have an Italian accent, and so it will be forever and ever, amen. I accept it. I have nothing else to say.
  • Take a decision or make a decision? That is not so obvious to me because, for your information, we Italians don’t make decisions, we take them! Every time I have to choose between these two I get performance anxiety and I end up taking the wrong decision. Every single time.
  • Hair is singular. Write it 100 times on the blackboard, Caterina, hair is singular! Nope, it won’t work. I will always pluralize it and say things as “my hair are curly”. In my defense, I have curls and curls coming out of my skull and treating them as one item seems reductive and also a bit offensive.

Caffeinismi

Quando si parla di caffè, noi italiani siamo reazionari: vogliamo il nostro espresso color della notte, dalla consistenza corposa e ricca e con quel delizioso strato di cremina sopra. Certo, abbiamo diverse variabili, possiamo scegliere tra macchiato freddo e caldo, a volte ci avventuriamo in un esotico marocchino o facciamo i diversi  e ci diamo al caffè d’orzo. Capitolo a parte sono le bevande da colazione: cappuccino, caffelatte o latte macchiato, le quali però rimangono confinate alla fascia oraria 7-11. In Italia.

Fuori dall’Italia le cose si fanno più confuse e l’emigrante nostalgico deve imparare a discernere la cultura caffeinica locale, a districarsi tra bevande familiari e altre totalmente nuove, a non farsi trarre in inganno da quei nomi che sembrano combaciare con quelli conosciuti ma che, spesso, sono delle trappole. Sì, perché se chiedi un macchiato in una cafeteria, il barista ti servirà fieramente un cappuccino mignon. Se la mattina ordini un cappuccino all’amichevole spagnola di Starbucks, ne uscirai con un beverone di sei metri, che ci puoi far pucciare il cornetto a tutta la tua famiglia allargata. Un giorno potresti sentire una tua amica ordinare un flat white e ti ritroverai costretta a nascondere curiosità e incomprensione, per poi cercarlo su wikipedia. Perché, obiettivamente, che cacchio è un flat white?

Infine all’estero, o almeno nei paesi anglosassoni, ognuno ha il suo caffè personale, una calibrata miscela di espresso shots, latte, schiuma o non schiuma, zucchero e syrups, che immagino abbia richiesto anni di studio e perfezionamento. Mi rifiuto di parlare degli sciroppi, perché sono italiana e reazionaria, il caffè deve sapere di caffè, non di caramello, zenzero e essenza di violetta maculata. D’altronde, la mia bevanda qui è il caffè americano nero, senza zucchero e senza latte.

caffè bilinguismi
Caffè nero su bianco

The Expat and the Loss of Climate Identity

When you move to England from Italy or any other sun kissed country, you know that you’ll be cold or, at least, colder than in your home country. Or cold for longer. Or the two together! You can do all the mental prepping that you want, nothing will stop you from swearing to all the gods when April is giving you snowflakes and your fancy weather app is forecasting a minimum of 14 degrees in August.

Your Mediterranean-ness will justify your coat and scarf when all your British mates are rocking their tees and bare legs. Come your second English summer though, you’ll start to realize that your perceptions are getting confused and your reactions ambiguous: those heatwave days, 26 degrees and sun, will have you moan and pant as a proper native. Just a summer ago you would have jumped around the city in your bikini and sunglasses while singing the national anthem. On the other hand, if the mercury drops to 22, your hot blooded person freezes. We have to specify that this is not due to the number itself, as you are a reasonable being and you know that 22 degrees doesn’t mean Alaska. Still, you’re Italian and it’s effing July, folks!

This is when you can be diagnosed with Split Weather Personality of the Expat: you’re not totally Italian anymore, as you can’t hold your heat as you used to do. You still cannot be a proper British because, goddammit,  it’s July, you demand to melt!