Salvaparola

Il problema, o uno dei tanti, di parlare quotidianamente due lingue è che a volte sembra di regredire nella propria lingua madre. Ci tengo a sottolineare che non mi riferisco alla grammatica, i congiuntivi e i condizionali rimangono ben fissi nella zucca; sto pensando, più romanticamente, alle sfumature della lingua, alla ricchezza del vocabolario.

Ogni tanto, pare di dimenticarsi dell’esistenza di quelle parole non di uso comune, parole onomatopeiche, parole descrittive per la semplice successione delle lettere, parole formate da suoni inconsueti, che vanno pronunciate accuratamente, con tutte le giuste arrotazioni e distensioni delle labbra, parole che meritano attenzioni.

Da qui l’altra metà del blog, Salvaparola, dove si sceglie una parola e si fanno associazioni mentali a partire da essa. E così salvo un po’ le parole incagliatesi in qualche secca del mio cervello e, allo stesso tempo, salvo il mio italiano dall’atrofia, lo libero dai confini della quotidianità e del gergo semigiovanile del che sbatti, becchiamoci stasera, piglia su del vino che stasera ci spacchiamo.

Disclaimer: io e i miei amici italiani non siamo una banda di babbuini bamboccioni e balbettanti (cit.), sappiamo esprimerci in maniera forbita tanto quanto siamo capaci di infilare una generosa serie di imprecazioni alla vista dell’ennesima variazione di clima in una giornata.

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